EURO 92: QUANDO GLI ULTIMI DIVENTANO I PRIMI (DAVVERO…)
A pochissime ore dell’inizio di Euro 2008, ripercorriamo storie e
protagonisti dell’europeo…
Michelino Laudrup
probabilmente non ci dorme ancora la notte. Aveva abbandonato la
Nazionale, con parole dure e crude (“La mia nazionale è il
Barcellona”: tiè!), venute fuori da rapporti tesi e varie
incomprensioni con il nuovo ct Moller-Nielsen. Ed inizialmente,
sembrava avesse ragione lui: la Danimarca, nonostante un girone di
qualificazione di altissimo livello (sei vittorie, un pareggio e una
sconfitta), era finita alle spalle della Jugoslavia, che aveva
chiuso con due punti in più dei danesi, che partirono quindi per le
vacanze alla fine della stagione, rimuginando per l’occasione
sprecata. Poi, la Jugoslavia, squarciata da venti di guerra non
esattamente propizi, fu esclusa dalla manifestazione, lasciando così
il passo proprio ai prodi di Moller-Nielsen, che si prende la prima
piccola rivincita sull’ “ammutinato speciale” della patria della
sirenetta.
La Danimarca si presenta così, da buon ultima arrivata, al
carrozzone di Euro 1992: la fase finale si svolge nella vicina
Svezia, e le nazionali favorite sono le solite aristocratiche
europee. La Germania (per la prima volta riunificata) campione
iridata, la Francia di Michel Platini, reduce da un percorso di
qualificazione perfetto (otto partite, altrettante vittorie),
l’Olanda di Rinul Michels, campione europea in carica e la Svezia,
padrona di casa e ricca di giovani individualità (Martin Dahlin,
Thomas Brolin e John Thern tra gli altri). Assente l’Italia: gli
azzurri giunsero secondi nel gruppo vinto dall’URSS, composto
appunto dai sovietici, che si presentarono poi in Svezia con la
denominazione di CSI (Comunità Stati Indipendenti), Norvegia,
Ungheria e Cipro. La “rivoluzione sachhiana”, iniziata proprio
durante il turno di qualificazione, avrebbe dato i suoi frutti a
metà a cominciare dal mondiale successivo, quello del 1994: gli
azzurri, per questo europeo, avrebbero fatto compagnia al povero
Laudrup davanti al televisore. Il regista del Barcellona si sentiva,
se possibile, ancora più idiota: mentre lui si sarebbe dovuto godere
le gare della kermesse direttamente dal comodo salotto di casa sua,
il fratellino Brian sarebbe stato la giovane stella dell’outsider di
Euro 1992. Si, l’outsider: inizialmente, la Danimarca, si presenta
con questo ruolo, con queste ambizioni e poco più alla fase finale
degli europei. L’urna del sorteggio ha infatti riservato alla
squadra di Moller-Nielsen un girone apparentemente impossibile,
composto dalla Svezia padrona di casa, dalla favorita Francia e
dall’Inghilterra, nazionale in perenne attesa di consacrazione e
segnalata in buona salute dopo la medaglia di legno raccolta nel
Mondiale italiano. Le prime due partite non fanno altro che
confermare il ruolo poco più che marginale che avrebbero dovuto
recitare i simpatici carneadi di Moller-Nielsen: 0-0 con gli inglesi
e sconfitta di misura con la Svezia, con gol del parmense Brolin. La
situazione, alla vigilia della terza partita, si presenta con
semplicità: Svezia quattro, Francia ed Inghilterra due, Danimarca
uno. Stop. Mettetevi comodi. Qui finisce la narrazione della realtà.
E si perché, alla storia che stiamo per raccontare, mancano solo
zucca e topolini: la Danimarca batte la Francia (Larsen, pareggio di
Papin e rete decisiva di Elstrup), sopravanzando l’Inghilterra,
sconfitta dalla Svezia per 2-1. E il gruppo degli ultimi, il gruppo
dei giovani ignoti, giunge in semifinale, contro tutti i pronostici.
Moller-Nielsen consuma la sua seconda rivincita su Laudrup, sempre
meno comodo sul salotto di casa. Rivincite di piccole dimensioni,
comunque: siamo ancora all’inizio della favola. Il prossimo ostacolo
da superare, per i rossi di Copenaghen, assume le sembianze di un
titano insormontabile: l’Olanda di Michels, infatti, ha l’organico
tecnicamente più forte d’Europa. Ma è una squadra che si
autogestisce, seguendo la volontà dei suoi senatori: tutte in campo,
le bocche di fuoco offensive, si dice nello spogliatoio orange. Da
Van Basten a Gullit, passando per Bergkamp e Roy, in un tourbillon
troppo squilibrato per non prestare il fianco alle incursioni
danesi: alla fine dei 120’ regolamentari, è ancora, a sorpresa, 2-2
(reti di Bergkamp e Rijkaard nel finale per gli Orange, doppietta di
Larsen per i danesi). I rigori premieranno la Danimarca, spinta in
finale dall’errore clamoroso di Mrco Van Basten (paratona
dell’eccezionale Schmeichel) e dal centro decisivo di Kim
Christofte, difensore di scarsa fama trasformatosi in eroe
nazionale: la situazione dice Moller-Nielsen 3 Resto del Mondo 0. E
indovinate il regista e capitano del Resto del Mondo chi è?...
Troppo facile vero?
E quindi, è finale: la Danimarca, ripescata grazie ai proiettili
della zona slava, presentatasi senza ambizioni, si ritrova a
giocarsi il titolo europeo in finale contro i Campioni del Mondo in
carica, contro quella Germania apparentemente troppo forte per
tutti, contro tutti i pronostici e tutte le avversità. Luogo e data
resteranno impressi in maniera incancellabile dalla mente di tutti i
danesi: Stoccolma, 25/06/1992. La favola, fiaba, novella, chiamatela
come volete, in quel giorno diventa fantastica, irreale realtà: la
Danimarca di Moller-Nielsen passa in vantaggio grazie ad una sassata
di Jensen, che sembra tranciare anche gli atomi di ossigeno, resiste
agli attacchi di marca teutonica grazie ad un Peter Schmeichel a dir
poco imperiale, e a pochi minuti dal triplice fischio, chiude i
conti con Kim Vilfort, centrocampista protagonista di un europeo
tutto particolare, vissuto tra i campi di Svezia e l’ospedale di
Copenaghen, dove era ricoverata in gravi condizioni la figlioletta.
Al triplice fischio, sembra si sia ribaltato il mondo: da una parte
i tedeschi in lacrime, affranti, e dall’altra i danesi, che, mai
così inaspettatamente, fanno loro con merito il titolo di Campioni
d’Europa, festeggiano ebbri di gioia, dedicando il trionfo a quel
mister che ha creduto in loro, in quel gruppo di poco conosciuti
campioni di calcio e di vita, unito più che mai anche se privati
della loro stella polare, della loro guida, del loro faro verso
l’altro. Insomma, alla fine Moller-Nielsen, dimostra come il calcio,
nonostante si cominci a ripiegare sempre più su sé stesso per il
peso dei miliardi, può raccontare storie fantastiche, irreali,
genuine come quella della Danimarca Campione d’Europa, prendendosi
rivincite grandi quanto l’Europa su tutti i critici, e soprattutto,
su Miahceal Laudrup. Laudrup, appunto: dopo qualche tempo, decise di
ritornare in nazionale. I compagni lo accolsero bene, come è giusto
che fosse: e lui, si presentò con una faccia strana, che sembrava
dire “Mi sa che ho sbagliato qualcosa…”. Ora il caro Micheal deve
avere imparato: bisogna sempre credere nelle favole…